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L'OPPORTUNITA'

L’opportunità non è solo di accelerare l’ammodernamento tecnologico dell’intero comparto agroalimentare, il settore economico più rilevante del Paese, ma, per il mezzo di questa trasformazione, promuovere nel Paese tutte quelle prassi etiche e operative che si pongono alla base della rivoluzione agrifood-tech: dall’innovazione alla sostenibilità, dalla trasparenza al merito, dalla collaborazione al networking.

IL DIVARIO CON IL RESTO DEL MONDO

L’Italia è il leader indiscusso della food experience mondiale. Non solo. Il settore agroalimentare nazionale genera un volume d’affari di circa mezzo trilione di euro (oltre 25% del PIL italiano. 
Eppure, nonostante il venture capital agrifood-tech sia in pieno boom mondiale, con 30 miliardi investiti nell’ultimo anno (+30% sul 2019), quando si parla di startup agrifood, il Paese rimane drammaticamente nel fanalino di coda. Prendendo i dati del 2019, l’Italia ha visto appena $21M di investimenti (su un totale a livello globale pari a $20 miliardi), lo 0.1% del capitale investito a livello globale nel settore

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Malgrado i limiti drammatici di accesso al capitale, l’Italia è già capace di produrre leader mondiali nell’agrifood-tech. Nella classifica globale FoodTech500 2020 redatta da Forward Fooding, ad esempio, le startup italiane rappresentano il 6.8% del totale globale (da confrontare con appena lo 0.1% del capitale raccolto, di cui sopra). L’Italia, quindi, presenta il potenziale per allocare in questo settore almeno 50 volte il capitale ($1 miliardo all’anno) rispetto a quanto fatto attualmente.

Il danno causato al Paese da tale ritardo è enorme. Basti pensare che, per ogni dollaro investito in venture capital (sano), il ritorno di lungo termine sarebbe superiore a 6 dollari di ricavi annui; stiamo quindi già perdendo quasi mezzo punto percentuale di PIL a lungo termine. Se poi considerassimo anche i benefici al sistema produttivo agroalimentare, dove le innovazioni agrifood-tech comportano incrementi di ricavi ed efficientamento dei costi superiori alle due cifre percentuali, il prezzo che rischiamo di pagare risulta di gran lunga più alto (almeno 3 punti percentuali di PIL).
E non finisce qui. L’Italia, che rappresenta il 2° o 3° produttore agrifood EU (a secondo dei metodi di calcolo), corre seri rischi di irrilevanza a fronte dei mutamenti strutturali a livello globale nei metodi produttivi e nella domanda.

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